MUSICA : I RE DI ORLICH, breve racconto di Romualdo Marguati Schicchi, per concessione dell'autore C.2007 (ogni riferimento a fatti, luoghi persone e/o diritti esistenti è puramente causale)
[...Sai che ore sono?" disse il vecchio, con un italiano senza accenti, ma con la 'o' di 'ore' insolitamente aperta. E la ragazza: "Non porto mai l'orologio, mi disturba quando suono il flauto"..."poi è così suggestivo ascoltare quello che racconti. Non so proprio che ora sia....Oddio, non starò perdendo l'autobus?". E il vecchio "Di solito, quando arriva il tuo autobus, l'ombra del cartellone di pubblicitario dall'altra parte tocca la muretta di marmo là in fondo....ci arrivera tra un quarto d'ora". Il vecchio non metteva l'accento e usava sempe la stessa 'o' aperta "..vai a piedi?".."No no, rimango e aspetto, sono stanchissima"."Beh, dai raccontami di qualche spettacolo che hai fatto con lui quando era attore, recitavi anche tu? "..."a vuolte si, abbiamo fatto il Sosia di Plauto, entrava lui, entravo io, avevamo fatto le prove in una casa di Zalipie, poi abbiamo portato lo spettacolo a Tarnòw....eravamo talmente uguali, anche nella voce, sì ....uguali .... che davvero nessuno ci riusciva a distinguere con addosso gli abiti di scena. In realtà, a parte le mani e ....come si dice... di....di profilo... siamo diversi di profilo, lui ha sempre avuto una mascella pronunciata, prominente, io no....... ma questo si vedeva soltanto di profilo.....avevamo studiato la scena in modo da non metterci mai....mai di profilo. davanti eravamo davvero uguali"...e la ragazzina "eh, ora pure, senza gli occhiali e senza capelli sembrate uguali, stesso modo di parlare, stesso linguaggio.....io non vedo queste differenze....anche la voce sembra uguale, l'accento, le movenze......è straordinario"......."ma siete sempre rimasti in contatto? perchè lui è tanto che non faceva più l'attore credo, no?".E il vecchio "non so da quanti anni, noi abbiamo smesso nel '48, nel 1948, io sono andato a lavorare nella Compagnia Elettrica, abbiamo sistemato le linee vicino le miniere di Wieliczka, poi ci siamo spostati ogni quattro mesi in altri posti, io ho continuato a lavorare e non ho piu' pensato al teatro, in fondo dovevamo proteggerci dal pericolo dell' invasione, almeno questo credevamo". "Terribile doveva essere" disse la ragazza"noi viviamo in un mondo diverso....ora i giovani di tutto il mondo si scrivono, si conoscono, viaggiano, c'è libertà, c'è l'arte che unisce i giovani, i popoli. Se io penso....per esempio al tuo paese, alla Polonia, penso a Swiatoslaw Richter.... un pianista formidabile, non penso alle guardie, ai treni ai divieti, penso alla libertà, che ce n'è un poca di libertà lì, no, si suona, si recita, no?.....umh sta arrivando un autobus..." e il vecchio sospirò e disse "mah, ora è tardi, prima delle prossime prove parleremo di quello che si recitava...ari-vederci!":
La ragazzina salì sull'autobus poi sorrise al vecchio salutandolo con un cenno della mano destra, e passandosela tra i capelli ripensò divertita a quella coincidenza, di qualche mese prima. Se lo era trovato faccia a faccia sul ballatoio esterno al Salone Azzurro, lì dove lei stava passando per portare di corsa al papà, nell'ufficio due piani sopra la balaustra, il bollettino dell'abbonamento alla televisione che la nonna non aveva pagato e che ormai era diventato un problema da risolvere con urgenza, sennò sarebbe andato un ufficiale giudiziario a casa della nonna, che aveva fatto tanti sacrifici quando lavorava nella filanda di San Quirico di Pordenone ed era preoccupatissima. Stando sul ballatoio la ragazzina intravedeva l'interno del Salone Azzurro attraverso il vetro satinato delle balaustre. Si era intravista entrare una figura vestita di azzurro, seguita da un gruppo di persone che camminavano lentissimi, alteri. La ragazza aveva seguito i contorni incerti di quella figura azzurra che si liquefacevano nei decori trasparenti del vetro, mentre si dirigeva verso il tavolo (attraverso i vetri si poteva intuire che il tavolo era stondato negli angoli, forse in stile chippendale): nelle irregolarità del vetro aveva creduto di distinguere il rivestimento del tavolo rosso forse con dei profili dorati mentre la persona vestita di azzurro si era ormai avvicinata e vi aveva riposto lentamente qualcosa, non grande, non alto, un libro, forse una cartellina, o un drappo, che sembrava in parte rosso scuro e in parte color oro. Poi la figura chiara aveva imboccato lentamente la porta principale proprio mentre il vetro mostrava i colori di due guardie in alta uniforme appena entrate, sicuramente di scorta ad altre due figure slanciate e con una fusciacca azzurra in vita, che tributavano un elegante rituale di riverenza mentre la figura chiara, ormai uscita dalla porta principale, si accingeva a salire la scala della balaustra che dava sul ballatoio. Lì, in pochi attimi, si ritrovarono in tre, la figura chiara e luminosa del vecchio appena salito, la ragazza che era rimasta quasi immobile vedendoselo avvicinare, e la figura, più atletica e più luminosa ma con le stesse insegne del vecchio sugli abiti, che, con innata eleganza, stava scendendo sul ballatoio dalla scala esterna dei piani superiori. Appena incrociò lo sguardo della ragazza cennò, con un sorriso quasi sornione, una sorta segno di silenzio con il dito indice e continuò la sua discesa verso la porta principale del Salone Azzurro mentre il vecchio invece impostava uno sguardo tra il serio e il sereno prima di dirle "perchè lei qui a passare, non è stato detto che oggi non si poteva qui?" e la ragazza "si, ma pensavo che il divieto fosse per il Salone Azzurro, non ..la balaustra, sto andando da mio padre, alla stanza D39 sopra, non pensavo di distrurbare nessuno qui fuori sulle scale della balaustra......le faccio sempre per andare sopra e non c'è mai nessuno ". "Chi siete, chi è tuo padre? Hai un documento?" disse il vecchio "Non ho un documento con me. Ma sono Marta Tasso, mio padre è Gimapietro Tasso, stanza D39 al quarto piano, potete telefonargli" "Ora vai e sali all'ufficio di tuo padre. Ti prego Marta di non raccontare a tuo padre di questo incontro, sei grande abbastanza per comprendere che questo segreto è piuttosto prezioso. " e lei, decisa "Mi spiace davvero, capisco, scusatemi davvero, sono soltanto passata dalla balaustra..... non c'è bisogno di niente.... non ho bisogno di dire niente......capisco....stia tranquillo, capisco che è una cosa molto privata". "Va bene. Vai pure sopra, però quando avrai finito, prima di andare a casa passa anche giù al piano terra alla stanza A11, chiedi del capitano Henge e digli che il sig.Orlich ti ha mandato per registrare la prima nota".
Nella stanza di Henge, fu tutto molto semplice e rapido, due giovani guardie la avevano fatta accomodare su un divanetto, poi era arrivato Henge, che conosceva di vista, dopo averla invitata a passare in un salone vicino, con fare rassicurante le aveva chiesto soltanto da quanto tempo sapesse che quel giorno non si poteva passare dalle balaustre e chi le aveva fatto la raccomandazione di non passare. Lei spiegò di saperlo dal giorno prima ma di aver creduto che il divietro riguardasse soltanto il Salone Azzurro e non le scale esterne. Henge le disse che il ruolo di Orlich era importante per la sicurezza delle molte persone che lavoravano lì e le raccomandò di mantenere il riserbo per quanto possibile. Insomma non un discorso perentorio, ma un discorso rassicurante, persuasivo. Lei mantenne. La sera, poi, doveva andare a vedere il cartone del Signore degli Anelli di Balsky con Sara ed erano scene di animazione complicate, con disegni quasi umani, sfondi rossi, azzurri scuri, elmi ed elfi, una storia misteriosa, la proiezione era stata introdotta dai provini del nuovo film Excalibur, così l'atmosfera medioevale e magica la avvinse e le fece dimenticare la giornata insolita.
In seguito, le capitò di incontrare ancora il vecchio. Un pomeriggio lui indossava un clergyman leggero sul blu e stava passando dietro il grande cartellone pubblicitario vicino alla scuola di musica. Fu proprio lui ad attraversare la strada e a farsi riconoscere da dietro gli occhiali quadrati, neri e spessi dicendole "Ciao Marta.Ti incontro volentieri. So che quel giorno sei stata subito da Henge e gli hai parlato di Orlich come avevo chiesto e so anche che sei stata molto riservata, siamo stati molto soddisfatti tutti eddue. Bene." Lei riconobbe soprattutto la sua voce, però ebbe una breve esitazione e l'impressione che il colore degli occhi del vecchio fosse diverso da quando lo aveva visto vestito di bianco, ma non glielo disse, parlarono subito di musica, lei aveva in mano la partitura di una sonatina di Scarlatti per flauto e pianoforte, lui la notò e disse che stava studiando armonia e composizione con il maestro Furgi, un coltissimo studioso cieco che dava lezioni individuali e aggiunse che quello gli interessava piu' di tutto, perchè finalmente aveva a disposizione il tempo necessario per studiare armonia, visto che veniva incaricato da Henge soltanto quando necessario e se c'erano delegazioni straniere in visita accompagnate dagli interpreti per parlare soltanto di cose superficiali e questo non accadeva più di tre o quattro volte al mese. Nelle lunghissime pause, si metteva a tavolino, con il Farina, il De Ninno e studiava armonia. Henge gli aveva messo a disposizione un'ala insonorizzata con un piccolo organo, così poteva esercitarsi e sperimentare. Non che alla ragazza interessasse troppo il discorso del vecchio sui suoi studi di composizione, ma, per riguardo lo ascoltò sforzandosi di mostrare un certo entusiasmo. Piu' avanti, fu ancora lui, incontrato sempre nella via della scuola di musica, a chiederle di provare una partitura per flauto, una sonatina in re maggiore che aveva composto e di cui voleva conoscerne il grado di difficoltà per un esecutore medio come poteva, senza offesa, essere Marta. Lei osservò un po' la partitura e disse che gli intervalli erano piuttosto ampi, sì, la parte presentava una certa difficoltà, ma se gliela lasciava poteva provarla in qualche giorno. La ragazza tenne qualche giorno la parte, poi la fotocopiò e la lasciò per il vecchio, come erano d'accordo, alla portineria del palazzo dove abitava il maestro Furgi.
Quando si reincontrarono fu la ragazza a raggiungere il vecchio che stava andando frettolosamente a lezione dal mestro Furgi. Gli disse che la parte era eseguibile e gli chiese se volesse sentirla. Entrarono nell'androne del palazzo del maestro, il vecchio avvertì il maestro di un breve contrattempo e la ragazza montò il flauto appoggiando le sue cose sul tavolo della portineria, una borsa di jeans con le parti e la custodia nera del flauto. Suonò un movimento in due quarti deciso e incalzante, con una certa leggiadria, davanti al vecchio che si lasciò andare ad un sorriso compiaciuto, per concludere "adesso devo salire, comunque ne scriverò altri, tutti in re maggiore e vedremo, se potrai ti chiederò di suonarli al saggio di composizione, li chiamerò..... i Re di Orlich.Si potrebbe, no?".
Così fu. Il vecchio scrisse altri tre pezzi e li chiamò "I re di Orlich", che furono eseguiti da Marta Tasso al saggio della scuola di composizione del maestro Furgi dell'anno scolastico 1980-1981 il 25 marzo 1981 in coincidenza con le celebrazioni del milleseicentesimo anno dal Concilio di Costantinopoli. Al saggio furono eseguite le musiche di vari allievi del maestro Furgi, Mario Eggelante, Alessandro Chellara e Bax Tassoli, tre personalità completamente diverse, tutti avevano scritto per pianoforte, a parte Orlich. Eggelante ricercava un modulo contemporaneo, denso di tritoni, dissonanze, sperimentazioni, Chellara scimmiottava l'impressionismo con tutti quei tasti neri e acuti che contrastavano con le profondità marine evocate dal continuo e Tassoli sembrava il quaderno di brutta di Scarlatti, tutta musica tonale composta, divisa e snocciolata dalle mani, quasi settecentesca. Il brano di Orlich era sembrato più maturo, più completo, ed il pubblico aveva applaudito con soddisfazione.
Nelle settimane successive fu cambiato l'orario delle lezioni di flauto della ragazza in vista dell'esame del terzo anno, il professore la ascoltava il sabato pomeriggio e gli altri giorni lei fu concentrata nello studio continuo dello strumento. Non uscì quasi mai, se non per andare a scuola la mattina. E non incontrò mai il vecchio.
Non lo incontrò più, nemmeno dopo l'esame.
Avrebbe voluto ringraziarlo perchè eseguiire la sua composizione le era stato utile, visto che gli intervalli che aveva usato il vecchio, in realtà erano previsti anche in un pezzo piuttosto difficile di Bohuslav Martinu che presentò all'esame, perciò il tempo dedicato alla scuola di composizione del maestro Furgi era stato veramente speso bene. Passò anche dalla portineria del professor Furgi per sentire se il vecchio avesse cambiato orari di lezione, ma il portinaio le disse che Orlich aveva disdetto le lezioni subito dopo il saggio di composizione a causa di un impegno imprevisto e che aveva lasciato detto che forse si sarebbero rivisti a giugno. Ma ormai era giugno e Orlich non si era ancora fatto vivo per programmare le lezioni di composizione, anzi, al numero di telefono che aveva lasciato al professore, stranamente rispondeva il centralino di una compagnia aerea dove nessuno conosceva nè Orlich nè altri musicisti. Doveva averlo trascritto con qualche errore, aveva messo da poco quei nuovi occhiali da lettura, non ci si trovava ancora bene. Il portinaio cominciò a raccontarle dove aveva comprato gli occhiali e quanto sarebbero costati se li avesse presi senza che prima il professor Furgi avesse telefonato all'ottico per raccomandarlo. Lei lo interruppe e salutandolo cortesemente se ne andò.
La strada, stranamente, non era trafficata, non c'erano macchine in coda, a parte l'autobus vuoto fermo al semaforo mentre passava lentissima una vecchia 124 verde scuro con i suoi baffi lucidi nel muso nero guidata da un tipo azzimato e incravattato, senz'altro uno zio o un padre, che sembrava arrabbiatissimo e sgridava il bambino seduto a destra, lasciando il volante per allungargli degli scapaccioni sulla testa, completamente distratto mentre sbucava scattando in parte all'autous una piccola vespa ET3 blu con la scritta 'electronic' coperta dalle gambe di due ragazzi. La vespa centrò in pieno la fiancata della 124 che si fermò lì per lì con una frenata bruschissima e il ragazzo seduto dietro cadde gridando e rotolando prima sul cofano anteriore della macchina poi sull'asfalto libero dell'incrocio, mentre l'altro era finito infilato nella parte posteriore124 che aveva i vetri abbassati da cui ora sporgevano le gambe. Il padre del bambino si mise a urlare a più non posso continuando a inveire verso il bambino, mentre il ragazzo sull'asfalto si dimenava e si contorceva. L'altro era immobile mezzo nella macchina mezzo fuori. Marta si fece coraggio e si avvicinò alla macchina. Il ragazzo infilato aveva un taglio all'addome e al fianco sinistro, non profondo, ma cominciava a perdere sangue. L'altro era vigile. Il padre del bambino le disse, sempre urlando "E tu, cosa aspetti, chiama l'ambulanza, non vedi che io sono qui con questo cretino di figlio?" e lei, decisa "senta, si calmi e faccia qualcosa, fermi almeno le macchine, non vede quel ragazzo in mezzo alla strada?" Ci pensò l'autista dell'autobus, mise i triangoli rossi nelle due vie, mise l'autobus un po' di traverso perchè non investissero il ragazzo sull'asfalto, poi facendosi aiutare da Marta che sosteneva l'altro ragazzo, sbloccò.la porta posteriore della 124 e lo fecero distendere a terra. Aveva un taglio anche sul viso all'altezza della mandibola, ma il polso c'era anche se aveva perso conoscenza. Il bambino, che non si era fatto niente, era sceso dall'altra parte dell'auto con un cestino azzurrino e offrì un sorso d'acqua dalla sua bottiglietta al ragazzo a terra sull'asfalto che bofonchiava con il padre. Intanto l'autista dell'autobus era corso a chiamare il 113 da una cabina telefonica poco distante. Passò una ventina di minuti, poi si sentirono sirene di polizia e ambulanze in arrivo a tutta velocità. Il gruppetto di Giulietta e Alfetta della polizia e fiat 238 ambulanza attraversò l'incrocio a tutta velocità evitando i feriti ma non si fermò.Dopo qualche minuto la scena si ripetè. Passarono senza fermarsi quattro Giulietta della polizia e altre due ambulanze Fiat 238. In distanza si cominciariono a sentire ripetutamente i motori di molte auto, sgommate, sirene bitonali vocii, grida e sirene di ambulanze dirette non lontano. Stranamente non c'era altro traffico lì ai Bastioni. Marta era rimasta tutto il tempo a cercare di parlare al ragazzo svenuto, senza toccarlo. Gli aveva messo sulla pancia un panno che gli aveva dato il papà del bambino, per contenere il sangue. L'altro ragazzo imprecava ma non riusciva a muoversi. A un certo punto Marta non ne potè più, si alzò decisa verso la cabina telefonica, infilò il gettone color rame e fece il 113. "Scusate, abbiamo chiamato trentacinque minuti fa, vi avevaq chiamato un signore... un autista dell'autobus, per un incidente a via dei Bastioni una vespa contro una macchina, si è fermato un autobus, io passavo a piedi, ma la polizia è passata due volte con le ambulanze senza fermarsi. Non è un comportamento, stanno male, non possiamo fare niente qui, dovete soccorrerli!" . La voce metallica nella cornetta "Signorina, non ci posso fa' gnente io, io avverto, qui c'è stata un'emergenza grave, i terroristi hanno sparato in Città del Vaticano, c'è un mucchio di gente, gli uomini sono andati prima là, ma, creda, l'ambulanza dei Vigili del Fuoco sta arrivando da voi, è partita da un quarto d'ora. I feriti lì come stanno?" , "uno sta male ma è sveglio, l'altro no, non parla, io non l'ho toccato ma l'autista dell'autobus dice che ha il polso che batte, speriamo sia soltanto svenuto, di sangue ne ha perso ma non tanto, è più che ha preso una gran botta, s'è infilato nella macchina" "infilato? allora se è vivo è un miracolo...", "sì si è infilato, ma nel finestrino aperto, è rimasto incastrato, non ha sfondato il vetro... o la macchina.".."un attimo....ecco.....stia in linea...ho in radio i vigili del fuoco.....sì vi aspettano ancora ai Bastioni... ci sono due feriti, uno solo vigile...ah...roger....ecco signorina, stia calma, stanno a due chilometri". In due minuti i vigili del fuoco effettivamente arrivarono e raccolsero prima il ragazzo svenuto e lo caricarono sull'ambulanza, facendo accomodare una barella con una flebo sul marciapiede per l'altro ragazzo, che aveva vicino un infermiere dei vigili del fuoco.
La ragazza, sconvolta, salutò il ragazzo sulla barella, cercò lo sguardo del bambino senza però vederlo l' attorno, poi si incamminò verso la piazzetta deil Bar del Bastione dove prese un chinotto e chiese di telefonare "Mamma, sono in riitardo perchè c'è stato un incidente"..."Incidente?...Sai quanto ero in pensiero? Qui c'è il finimondo, hanno sparato in piazza San Pietro, hanno ferito anche il Papa"."Il Papa? Ma dai.Sì si, dicono che l'hanno portato via in ambulanza, ma sta malissimo, è in pericolo.e anche altra gente, hanno sparato nella folla." "Oddio, assurdo, assurdo davvero.....incredibile..ma sei sicura?""Sicura sicura, lo dice la tv, si sente la confusione qui sotto" "Io mamma.....comunque io ho visto un incidente qui ai Bastioni, li ho anche aiutati, due ragazzi in vespa contro una macchina guidata da un mezzo matto, li ho aiutati assieme a un'autista dell'autobus, l'ambulanza non arrivava, mai, si sentiva e passava dritta. Un disastro. Ora, vengo a casa. A presto, calmati, arrivo...ciao". Intanto stava arrivando un carro attrezzi sgangherato con il muso prominente e un autista tutto rosso in viso con un berrettino azzurro unto come la tuta, che si sporgeva ogni tanto dal finestrino per prendere il vento caldo. Sicuramente andava a prendere la macchina e la vespa. Poveri ragazzi, che incidente assurdo.Assurdo anche quello che aveva detto sua madre. Avevano appena sparato alla gente in Città del Vaticano e colpito anche il Papa.Il clima era quello, ormai, in marzo avevano sparato al presidente Ronald Reagan negli Stati Uniti, in Italia erano anni che c'erano attentati continui, giudici, testimoni, avvocati, giornalisti, gente, assurdo, tutto assurdo, bombe, agguati e anche alla gente nella piazza..
Pensò per un attimo ad Orlich e suonò con la mente l'introduzione de i Re di Orlich, il primo pezzo che le aveva fatto provare:Re, Là Sii, miredosi, miredosil-là Sii, E continuò a immaginare di suonare tutto il pezzo fino a casa, con un discreto entusiasmo, che la liberò dalla sensazione opprimente dell'incidente e della lunga attesa dell'ambulanza.
L'autista del carro attrezzi non ne poteva più, prima la 124 e la vespa ai Bastioni, con quel cretino della 124 che non voleva che portasse via la macchina anche se la polizia la aveva sequestrata e se la prendeva con il figlio, 'sto deficiente, prima di lasciarlo partire col carro attrezzi aveva voluto tutti i numeri di telefono e non aveva pagato niente. Il carro, poi, aveva dovuto prelevare quella Beta blu che si era scontrata con l'Alfetta e l'ambulanza in via Cavour e adesso aveva caricato quest'ambulanza, che era stata sequestrata dopo l'incidente e lui doveva portarla dai proprietari nella clinica delle Ferriate dove era stata disposta la custodia, tutt'altra parte della città, e sempre per 15 mila lire perchè la clinica era socio-aci. Gli altri soldi degli interventi li avrebbe aspettati dall'aci per almeno un mese e poi in realtà non li avrebbe mai visti perchè a giugno non aveva ancora finito di scalare tutta la tassa annuale di iscrizione aci dagli interventi fatti a pagamento. Lui guadagnava soltanto da agosto in poi, fino a tutto luglio gli interventi coprivano appena la tassa annuale.Ci mise più di un'ora. . Davanti alla clinica c'era un signore, ben distinto, capelli lisci, abito grigio leggero appoggiato a un' Alfa 6 color amaranto, ormai erano le otto e quaranta.Gli chiese le chiavi dell'ambulanza, firmò la presa in custodia e ringraziandolo gli pagò l'intervento lasciandogli arrotolata nella mano anche una mancia di trentamila lire. Poi spostò l'Alfa 6 parcheggiandola poco avanti e fece entrare l'ambulanza nella rimessa della clinica.
Il biondino chiuse tutte le porte del garage ed aprì l'ambulanza. Dentro l'ambulanza c'era un grande telo cerato grigio con una cerniera, tirò la zip, allargò i lembi e si scoprì un corpo, molto fasciato, e legato alla barella, si vedeva solo una parte del viso, carnagione chiara. Chiamò qualcuno con una radio portatile e indossò un camice bianco, gli zoccoli, prese da un armadietto il distintivo di medico e lo appose al taschino del camice, poi si avvicinò al corpo e stese una specie di bavaglio bianco ricamato su quello che si vedeva ancora del viso. Annodò i legacci facendoli passare dietro la nuca. Dopo dieci minuti circa arrivarono quattro uomini in abito scuro, su un camioncino Unimog finestrato.I cancelli della clinica erano stati aperti e il garage e le stanze attigue erano tutti illuminati. Il biondino con il camice uscì da una stanzetta laterale e fece cenno di avvicinare l'Unimog. Lo aprirono e scaricarono una grande bara di legno chiaro, poi una borsa colore rosso con le imbordure dorate.Si chiusero di nuovo i cancelli ed anche i quattro uomini rimasero all'interno della clinica delle Ferriate. Dopo un paio d'ore portarono fuori la bara a spalla, la caricarono sul furgoncino Unimog e si diressero verso il cimitero del Rivano, dove li aspettava una ragazza elegante in tailleur grigio e un monsignore con due chierici al seguito benedisse la bara prima che fosse sepolta dai sotterrini di turno a cui avevano telefonato verso le sette dicendo che la sepoltura del signore morto nell'incidente di Bolzano che era stata programmata per le 17 sarebbe avvenuta la sera tardi perchè il traffico era bloccato per i controlli dopo l'attentato in Vaticano.
La signora rimase sul sentiero che portava alla sepoltura mentre isotterrini riponevano le attrezzature e il monsignore con il biondino si allontanavano dai chierici entrando nella cappelletta centrale."Per il momento è registrato come tuo prozio, tuo stesso cognome, nativo di Roma nel 1923, rientrato dall'Argentina il 4 giugno 1981 e morto oggi per l'incidente stradale con la macchina dell'ambasciata " "Di Nocca Giovanni, avevo davvero un prozio emigrato" "Lascia stare, quello è vivente in Uruguay, no questo è figlio illegittimo di tuo nonno e di donna che non volle essere nominata, riconosciuto in seguito in Argentina, Di Nocca Giampietro fu Pasquale, ti lascio il certificato di sepoltura.Quando sarà il momento lo farai mettere in un altro posto".
Due anni dopo Marta fece uno stage a Chieti. Due settimane di perfezionamento sul flauto medioevale con il professor Mark, un giovane professore universitario e flautista americano. Le lezioni erano tenute di pomeriggio in un'aula del Liceo Classico Giovan Battista Vico. Erano quattordici flautisti, di tutto il mondo.Lezioni stupende, notazioni musicali tratte da parti trascritte dagli amanuensi, miniature semplicissime e purissime. Tutte parti per flauto solo. La sera, dopo le lezioni, il professor Mark si metteva con il flauto e tutti gli studenti nei pressi dei resti del Teatro Romano ed eseguivano a turno lo stesso pezzo letto a prima vista, proposto a turno da ciascuno di loro.
La sera del ventiquattro maggio, penultima serata del corso, Parker, un flautista di Scoffield, che non biascicava una parola di italiano, propose il pezzo che aveva scelto e distribuì le partiture. Era un manoscritto, 'I Re di Orlich', per flauto solo, Re, Là Sii acuto, miredosi, miredosil-là Sii acuto. Marta ebbe un sobbalzo sentendo l'esecuzione di Parker. Gli chiese subito come avesse avuto quella parte, e si rese conto che era la copia dello stesso manoscritto che aveva studiato due anni prima per il saggio di composizione di Orlich. Parker le spiegò, in inglese, che a marzo lì a Chieti era venuto un bishop, un vescovo, per una celebrazione e nella chiesa lui aveva trovato una cartellina di velluto rosso con le impunture dorate, dimenticata da uno dei coristi al seguito, con dentro alcune parti per flauto e altre per voci. Aveva portato la cartellina ai Vigili Urbani, ma un vigile sulla trentina, in un inglese stentato con accento quasi arabo, gli aveva detto di essere 'graduate juris prudentia' e di stare tranquillo che la cartellina abbandonata non era nemmeno un oggetto, poi gli avevano detto che per una cartellina di musica non si poteva aprire un caso, che poteva tenerla, tanto era musica che sarà stata dimenticata da qualche musicista del coro, che non sarebbe più tornato a Chieti e che se lui era un musicista la musica poteva usarla, che era autorizzato. Loro avrebbero preso nota del caso e se qualcuno si fosse fatto vivo lo avrebbero contattato alla scuola del professor Mark, poi, se fosse passato un anno, la cartellina sarebbe diventata sua in proprietà, per legge.
Marta eseguì benissimo I re di Orlich e non disse nulla di come avesse conosciuto Orlich e le sue musiche. Il professor Mark fu entusiasta dell'esecuzione, anche se si piccò di dirle che, secondo lui, da come era stata scritta nel complesso, lo spirito di quella partitura era quello di un esecuzione più lenta, più andante, meno decisa all'inizio, poi doveva essere più briosa, lui sentiva che quei Si alti avevano una grande importanza per l'autore e che anche il ritmo non doveva essere costante e preciso, ma doveva variare, dare un senso di accelerazione prima di concludersi. "Orlich significa Aquila", disse, perciò il pezzo doveva evocare le variazioni di forza del volo.
L'indomani si suonò meno e si lesse molto, si ascoltarono gli ultimi consigli del professor Mark che per concludere il corso declamò una poesia di Ezra Pound che suonava più o meno così "I stood steel and was a Tree amoung the Wood, knowing the Truth that was until before, for Daphne and the laurel Bath that it was planted couple old", si scambiarono appunti e indirizzi e non ci fu il solito concerto davanti al Teatro Romano.I flautisti si ritrovarono in un piccolo ristorante disposto al piano seminterrato nei pressi di una piazza con una fontana circolare e conclusero la loro esperienza assaggiando pomodori all'olio piccante e spaghetti tirati alla 'chitarra'. Parker, alticcio e scoordinato, volendo condire personalmente le verdure, versò inavvertitamente parecchio olio piccante sulla maglietta 'Fruit of The Loom' di Marta.
La lavanderia non era riuscita a togliere tutta la macchia. Erano rimasti gli aloni del peperoncino sbriciolato che sembravano disegnare una V e una I sulla spallina sinistra. Peccato, ma l'avrebbe portata ancora perchè era praticamente nuova, anche se ormai l'aveva lavata tre o quattro volte.L'avrebbe messa spesso, così l'avrebbe anche lavata spesso e sistemata prima.
Pochi giorni dopo, uscì mentre la televisione parlava di un viaggio del Papa a Cracovia, aveva addosso la maglietta 'Fruit of The Loom' con quello che restava delle macchie.Mentre si trovava nella zona dei Bastioni vide avvicinarsi una Alfa 6 grigia guidata da un ragazzo, anzi un signore biondo, molto curato. Dietro c'era un ragazzo giovane, sembrava Parker, anzi era proprio Parker, soltanto meglio vestito e pettinato, che la guardava con un aria strana, allampanata tra il triste e l'alticcio, con qualche abbozzo di sorriso storpiato e smorzato dalla tensione. L'Alfa 6 si fermò accostando. Il biondino scese e le chiese se conosceva Parker. Lei disse di sì, che erano stati alla stessa scuola di flauto di Chieti, appena qualche settimana prima.Le chiese di salire perchè lui aveva bisogno di parlarle e voleva salutarla. Lei andò.
Il Messaggero del giorno dopo, alla cronaca interna, pubblicava con risalto le foto di due ragazzi fasciati su un lettino d'ospedale e la foto tessera di un uomo sui cinquant'anni, sotto al titolo. "Vespisti ai Bastioni investiti nel giugno '81.Fuori pericolo il conducente uscito dal coma dopo venti mesi" e sottotitolo "l'altro ragazzo dimesso due anni fa. A processo il conducente della Fiat. Guidava imprecando". Ciro sbirciò la pagina frettolosamente e con un senso di disprezzo per l'uomo della foto tessera richiuse il giornale del bar e si alzò, pagò il caffè, e uscì pensando che quella faccia da farabutto ci stava bene sotto processo e doveva finire in galera, aveva investito due ragazzi perchè guidava senza rispetto per gli alri pensando soltanto ai fatti propri.Ci voleva rispetto, rispetto vero, quello che aveva lui per gli ordini, per la legge. Era appena stato promosso appuntato e trasferito definitivamente a Ferrara, zona tranquilla dove era rimasto, come aggregato, gli ultimi tre mesi, lì niente pericoli di scontri a fuoco, di problemi seri e se lo meritava perchè lui aveva rispetto, eseguiva gli ordini e sapeva anche agire come previsto nelle situazioni più complicate, come un paio d'anni priima, proprio lo stesso giorno dell'incidente dei ragazzi con quella faccia da farabutto sul giornale. Gli era stato ordinato di guidare una Beta blu dell'ufficio comando e di bloccare una finta ambulanza guidata da un collega per simulare un incidente in modo da chiudere via Cavour. Ragioni di sicurezza superiore per controllare meglio gli accessi al centro della città.Lui era stato meticoloso e aveva raggiunto l'obiettivo in modo spettacolare, aveva affiancato l'ambulanza, aveva messo la freccia a destra, l'aveva superata e per evitare l'Alfetta condotta da un collega contromano, gli si era messo di traverso incassando un colpo alla fiancata destra, poi la macchina col freno a mano in trazione era scivolata in avanti senza sbattere mai, nessuno si fece niente e la via era completamente bloccata, due file di parcheggi ai lati, l'ambulanza e la Beta sulla strada, danneggiate e inamovibili, l'Alfetta più in là aveva sbattuto contro la cordonata in trachite del marciapiede.. Come da ordini ricevuti. Un'azione da manuale e un trasferimento meritato e giusto. Come meritata era stata la multa che aveva cacciato a Ferrara a quel tipo, anche questo con una 124, ma vecchia, decapottabile con il telaio capote ripiegato tutto ruggine, che scendeva dal ponte sul Po con una marmitta bucatissima e voleva giustificarsi dicendo che stava andando a ripararla.Lui, visto che tre-quattrocento metri dopo c'era un incrocio con semaforo, gli aveva appioppato un bel 'non moderava particolarmente la velocità in prossimità di incrocio' e lo aveva fregato. Sessantatremila lire e aveva controllato, il babbeo aveva già pagato tutto. Invece quello di ieri, il delinquente che la sua pattuglia aveva beccato con la moto rubata, quello non aveva ancora incominciato a pagare. Stradizzi Tiberio, anni 39, carrozziere, pregiudicato, ladro di tutto ma soprattutto di tutto quello che si muove su ruote, trattori, motorini, macchine, tutti riverniciati nella carrozzeria 'Stra-Ti' di via , numeri di telaio ristampati, vendita di documenti di macchine incidentate, procure a vendere macchine intestate a defunti, pezzi di ricambio, un traffico incredibile.
Stradizzi Tiberio non aveva pagato nessuno, tutti quegli avvocati che erano venuti al suo processo e che chiedevano 5 milioni più le spese iva e cipià, 397 milioni in tutto, tanti erano. Tutte condanne e tutti volevano'sta cippià, pensava Tiberio, 'che altro non era che la previdenza sociale degli avvocati che dopo che non hanno lavorato mai tutta la vita gli tocca anche la pensione pagata dai vari tizi: fregatura e cippià (alla prima rapina utile Tiberio si era messo in testa di chiedere la cippierre, cassa previdenza rapinatori anche lui dopo che li aveva fregati ne voleva un pizzico ancora, cippì)'. Comunque Tiberio non aveva un soldo, niente, neanche l'orologio al polso. E non aveva pagato nessuno. Però due anni e quattro mesi intanto li doveva fare per la firma falsa di un morto su un'opzione di vendita di una citroen GS, una macchina schifosa, non ce l'aveva nessuno e neanche un pezzo aveva venduto, ma il giudice, lo aveva lasciato fuori dal traffico delle macchine rubate e lo aveva condannato solo per la firma falsa, perchè aveva creduto che Tiberio fosse soltanto un operaio morto di fame, un carrozziere specializzato che fungeva più che altro da prestanome per la ditta mentre la mente di tutto era il boss Solopetta che trattava direttamente con i ladri. I ladri avevano confermato tutti che trattavano soltanto con Solopetta e Tiberio obbediva agli ordini dell'azionista di maggioranza, smonta qui, monta lì, aggiusta questa, rivernicia quella, lavora barbone. I danni glieli appiopparono perchè era socio della sas e doveva pagarli comunque anche lui. Intanto il magistrato di sorveglianza gli aveva concesso di stare a lavorare presso la Cooperativa Corde Auxilio, il direttore dottor Cedini, prendeva in realtà ordini da un certo Di Nocca.Lui non lo conosceva, ma gli avevano detto che in realtà 'sto Di Nocca era 'naltro boss, ma non si sa. Dall'aspetto, che lui l'aveva visto un paio di volte solo, pareva un gran signore, bel vestito stirato, gemelli, capello curato, mercedes berlina blu, parlava sottovoce, senza gesticolare. Un signore. 'No gome a Solopetta che ggirava con la camicia aperta sul petto villoso, due-tre bracciali d'oro pe' bbraccio, con sempre attaccata una siggaretta, 'girava con una Giulia vecchissima griggio scuro co' mmuso allamelle chiare e dei cerchi larghissimi color azzuremetallizzato co' 'nacatenella scaricafulmini e i paraspruzzi dietro scritta Citroen e se vedeva che praticamente era un boss 'de quattro gatti'.
La Cooperativa Corde Auxilio svolgeva lavori socialmente utili in tutto il territorio nazionale. Lì, al momento, aveva l'appalto per la manutenzione del cimitero del Rivano e per la spazzolatura esterna della basilica di Santa Pola e di quella di San Giovanni A lato delle Mura. Il restauro era stato ordinato a spese di un defunto che col testamento volle lasciare tutto al comune di Roma disponendo però questi lavori a favore dei monumenti e la proprietà accettò di buon grado. Un appalto di miliardi. Tiberio, che era stato carrozziere veniva adibito alla spazzolatura delle pietre e dei marmi col flessibile elettrico, l'attrezzo del suo mestiere. E a volte faceva anche lavori come lo spostamento e la lucidatura di lapidi e di tombe. Quel pomeriggio lo misero in squadra con tre nuovi arrivati, andarono al Rivano e vi aprirono una tomba, il morto doveva essere spostato. C'era il sovrintendente che conrollava e c'era già un camioncino funebre, vecchiotto, che aspettava di caricare il morto da spostare. Sulla lapide che avevano spostato c'era scritto Giampietro di Nocca, 1923-1981. Usciva allo scoperto una grande bara di legno chiaro ed una borsa macchiata e impolverata colore marron scuro con impunture color oro. Dentro la borsa delle carte macchiate e un giornale, una vecchia copia del Messaggero. Tiberio prese il giornale, che era stato ripiegato aperto in una pagina interna, di cronaca. A fianco di un articolo intitolato "Vespisti ai Bastioni.Fuori pericolo il passeggero. L'altro in coma", il giornale riportava il necrologio dell'eminente professor Furgi, cieco dall'età di sette anni, morto investito da un camion alla veneranda età di ottantacinque anni assieme al suo sfortunato portinaio-accompagnatore, mentre stavano andando a piedi dall'oculista. Tra le notizie dall'Italia era scritto che un ex carcerato aveva fatto irruzione nel comando dei vigili urbani di Chieti ed aveva sparato su due vigili, uno dei qual l'assassino era convinto fosse amante di sua moglie, poi si era suicidato al sopraggiungere dei carabinieri. Tra le notizie dall'estero era scritto che un professore universitario ed il suo assistente, di nome Parker, si erano inabissati con un Piper nel mar Mediterraneo dopo un contatto di emergenza con una torre di controllo libica e che i resti dell'aereo non erano ancora stati ritrovati. In loro onore, nella città di Chieti, davanti ai resti del Teatro Romano, dove nel mese di maggio il docente teneva da qualche anno un corso di perfezionamente musicale , sarebbe stato tenuto un concerto per flauto con l'esecuzione di un manoscritto 'per flauto solo' ritrovato tra le carte del professore e denominato ' I Re di Roma'.]
VECCHI COMPUTER: UN TEST ELEMENTARE PER FARLI RIPARTIRE
MILANO, dal nostro inviato-Francescogardo Marguati Schicchi ci segnala il test omeopatico per computer 'omeopatik informatik'. Si usa per testare se il può ancora funzionare il vecchio computer in windows ormai pronto per la rottamazione perchè troppo invaso dai virus, dai bachi e dal tempo.Se i comandi elementari di 'omeopatik informatik' rispondono (ogni bottone fa un'azione elementare, cambia il colore della finestra, emette un suono, appare una finestra di dialogo ecc.) si consiglia di non buttare il computer, ma di installare il sistema gratuito ubuntu deskto 10.04 che si sostituisce a windows ed è molto stabile. Si può vedere il breve funzionamento del test su youtube, account 'lucadibonello' .Omeopatik informatik è in vendita a pochi euro su ebay.italia.
SAGRA DI SANTA MARIA DELLA NEVE: affluenza record alla gastronomia
BOARA PISANI(PD)- affluenza di intenditori all'allestimento di gastronomia della rituale Sagra di Santa Maria della Neve della prima settimana di agosto. Veronello Marguati Schicchi ha decantato i bigoli alla tirolese serviti dai volontari locali.
MARGUATI SCHICCHI: NESSUNA FRIZIONE, E' STATA DATA UN'OPPORTUNITA' A PARLAMENTARI IN SONNO
ROMA, dal nostro inviato- Guidobaldo Marguati Schicchi, come sempre bene attento al vero significato delle novità romane, legge in modo positivo la creazione del nuovo gruppo parlamentare Futurista. Gli aderenti avranno finalmente l'opportunità di essere protagonisti in prima persona. Dal polesine, infatti, gli elettori di centro destra aspettano da tempo di sapere che uno dei loro parlamentari c'è davvero ed è proprio lì, non solo per raccontare alle Iene che la costituzione è fatta di dieci soli articoli (non rubare, non uccidere, non dire falsa testimonianza, ecc.) ma anche per battersi per le istanze degli elettori.
A BASTIA UMBRA STANNO PER DEMOLIRE OPERA DI RENZO PIANO
PERUGIA, dal nostro inviato: Vittoriosgarbo Marguati Schicchi si rammarica con noi che la firma di Renzo Piano stenti a fermare le ruspe che rischiano di far fuori, a colpi di trivelle, l’unico esemplare di casa evolutiva realizzato dal celebre architetto. Poco importa Pianoa, ai tempi del Centre Pompidou, realizzò, nel ’78 un piccolo «Beaubourg» in Umbria nel cuore verde d’Italia, destinato ad accogliere i malati di mente liberati dalla riforma Basaglia. Renzo Piano, allora quarantenne, in collaborazione con Peter Rice, concepì un’abitazione in progress che grazie a una parete mobile può raddoppiare la superficie abitabile, pensando ai malati psichiatrici che, in quel parallelepipedo di calcestruzzo armato, con tanto di pareti a vetro scorrevoli, avrebbero dovuto imparare a convivere con il resto del mondo.
Ora, a distanza di trent’anni, sfrattati gli inquilini a causa di una dichiarata inadeguatezza della struttura, la casa evolutiva di Renzo Piano, realizzata nell’area dell’ex tabacchificio «Giontella» di Bastia Umbra, rischia la demolizione. Sarà l’azienda sanitaria di Assisi-Bastia, proprietaria del terreno e dell’immobile, a decidere sul destino dell’opera giovanile dell’architetto genovese. Un destino legato al progetto di riqualificazione dell’area, al centro della quale sorge un vecchio opificio che negli anni Cinquanta diede lavoro ad oltre mille addetti, dove l’Asl 2 dell’Umbria intende realizzare il «Palazzo della salute», un centro unico di erogazione dei servizi sanitari attualmente dislocati nel territorio distrettuale dell’azienda. Ed il Comune locale non sembra voler proteggere la casa opera di Renzo Piano.
«Non intendiamo imporre il vincolo artistico all’opera», dichiara Stefano Ansideri, sindaco di Bastia Umbra. Che aggiunge: «Rilevare il fabbricato comporterebbe dei costi e noi dobbiamo far quadrare il bilancio e non certo fare i mecenati. Del resto, dell’opera di Piano, non sapremmo che farcene». Chi della difesa dell’architettura contemporanea (in Umbria, nei borghi di Solomeo e Corciano, esistono altri due esempi di casa evolutiva firmata Piano) ne ha fatto invece una missione è il professor Paolo Belardi, ordinario del Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale dell’Università di Perugia: «La casa evolutiva di Renzo Piano, caratterizzata da flessibilità, facilità di montaggio e basso costo, in linea con la filosofia radical-autarchica dell’autore, merita di essere salvata, non fosse altro che per la vocazione utopica della sua idea progettuale».
Dello stesso parere Carlo Rossi, laureando in Ingegneria a Perugia, che sta per discute la tesi sul «Rilievo architettonico-ambientale casa evolutiva di Renzo Piano e Peter Rice»: «Laddove il bene architettonico non sia parte di un sistema, cittadino o rurale, e non sorga in zone interessate da rilevanti afflussi turistici, l’attenzione delle autorità locali alla conservazione cede il passo a considerazioni di altro tipo. Gli interessi commerciali soverchiano quelli strettamente culturali e può capitare che un’opera di architettura contemporanea debba far posto a negozi di abbigliamento o di calzature. È questo, probabilmente, il caso del complesso edilizio di Bastia Umbra». Il grande architetto Piano non commenta. Dal suo ufficio di Parigi fanno soltanto sapere che «mai, in tanti anni, lo studio Piano è stato coinvolto in un’ipotesi di demolizione». Già. Disfarsi di un’opera di Piano non deve essere proprio cosa che accade tutti i giorni, soprattutto per costruire una delle tante cittadelle sanitarie che affastellano l'italia e la zavorrano di burocrazia.